La donna nella Roma imperiale

                                                                        Di

              Lo Re Francesca – Poggi Gabriele – Scarfone Santo – Spinetti Flaminio

                                                           

 

La donna che ritroviamo in epoca imperiale è senz’altro in una condizione diversa rispetto a quella dei secoli precedenti. Essa, infatti, acquisì una maggiore indipendenza e raggiunse degli apici di emancipazione mai raggiunti in epoche passate e in civiltà diverse. Questa trasformazione del ruolo femminile è da imputare alle guerre civili di fine età repubblicana. In quel periodo gli uomini abbandonarono le case per andare in battaglia e delegarono alle loro mogli l’organizzazione della vita domestica. La donna si trovò, quindi, a gestire gli schiavi, i campi, i conti e i rapporti con i clientes. Tutto ciò creò una sovrastruttura culturale nella quale la donna non era più soltanto paladina del proprio onore e della propria dignità, come una qualsiasi Lucrezia, ma un individuo attivo all’interno della società a tutti i livelli.

Ci racconta, per esempio, Tacito nei suoi Annales che Nerone trascorse uno dei momenti peggiori

della sua vita nelle ore successive al fallito tentativo di omicidio della madre Agrippina.

Il solo fatto di doverla uccidere denota l’importanza e il peso politico che questa donna aveva assunto all’interno della corte imperiale. Basti pensare che fu lei ad imporre a Claudio l’adozione di Nerone come futuro imperatore e  a scegliere personalmente gli educatori di questo.

Agrippina è una figura emblematica per il rilievo che la donna ottenne gradualmente nel corso dei secoli nella società, e non più solo nella domus.

Questo apogeo nell’età imperiale è il risultato di un lento processo di emancipazione, cominciato con le prime aperture durante le guerre civili di fine età repubblicana.

Va ricordato a riguardo la celebre Lex Voconia con la quale si rettificò il diritto delle donne di ereditare le fortune paterne. Anche se nelle intenzioni dei senatori ciò rappresentava un modo per preservare i loro patrimoni dall’incameramento statale, ciò divenne per le matrone un’importante conquista sociale.

Da quel momento in avanti divenne sempre più comune la presenza delle ricche matrone nella gestione diretta dei loro possedimenti e delle imprese di famiglia.

Anche in politica, le abbienti matrone esprimevano il loro potere ufficioso attraverso le azioni e le decisioni dei mariti. Bisogna però rilevare come quest’autonomia venisse raggiunta dalla donna solo dopo il matrimonio. Infatti, la donna romana si approcciava al rito nuziale come ad un vincolo contrattuale e politico, preso di comune accordo fra le famiglie dei due coniugi. Era con il matrimonio che la donna diventava matrona e assurgeva alla sua finalità sociale, sottolineata dalla formula ufficiale del matrimonio “ liberum quaesdum causa” ( per avere figli ) .

Il quadro finora descritto potrebbe apparire inesatto a coloro che si affidano esclusivamente al lascito degli autori latini; bisogna ricordare, infatti, che i vari Cicerone, Seneca e Tacito appartenevano alla classe senatoria e quindi erano arroccati su posizioni conservatrici.

E’ per questo che nelle loro opere la donna è spesso relegata ad un ruolo marginale o addirittura presa di mira con toni violenti, come accade per la Clodia di Cicerone o per la Poppea di Tacito.

La realtà storica ci ha dimostrato che la condizione femminile era di gran lunga più rosea rispetto alla tetra visione fornitaci dai sopracitati autori.

Nonostante ciò anche sotto gli Antonini, periodo nel quale l’impero raggiunse il suo apogeo, continuarono a sussistere divisioni e disuguaglianze. Già all’interno della società vi era uno squilibrio giuridico e sociale fra gli “ honestiores” e gli

“humiliores”, in più vi era una divisione tra donne “ honestae” ( virtuose ) e

“ probosae” ( vergognose ).

Anche se in teoria le donne avevano diritto a scegliere il loro compagno e a decidere se avere o meno figli, ciò era considerato dalla morale comune poco conveniente.

Infatti colei che trascorreva una vita più licenziosa veniva messa ai margini della società e ricoperta di ingiurie.

Il cursus honorum delle “honestae feminae” prevedeva l’essere dapprima “ virgo”

( ragazza non sposata ) , poi “ sponsa” ( promessa sposa) , successivamente “ mater familias” ( matrona) e infine, eventualmente, “ vidua” ( vedova).

Fra le “probosae feminae” vi erano, invece, le “ nubilis probos”

( nubile vergognosa), la “ uxor adultera” ( moglie adultera) e la più ignominiosa

“ meretrix” ( prostituta).

Come già accennato in precedenza, in età imperiale, la matrona romana acquisì un’importanza sociale: essa, infatti, non solo poteva tranquillamente sedere a tavola con il marito, ma si occupava personalmente della gestione della casa, assurgendo al ruolo di custode del focolare, e amministrava anche il patrimonio, godendo della parità successoria.

Anche al di fuori della corte, le donne assunsero una rilevanza in aspetti economici e commerciali: infatti, in età imperiale, alcune donne ricoprirono incarichi importanti presso la cancelleria dell’imperatore ed inoltre molte poterono gestire attività commerciali come alberghi e taverne.

Inoltre continuarono a rivestire ruoli tradizionalmente femminili come nutrici, danzatrici, lavandaie e sarte. Oltre a ciò, va ricordato che la prostituzione, benché denigrata dal punto di vista morale, era considerata un’attività commerciale lecita.

Una situazione a parte era quella delle Vestali, le sacerdotesse della dea Vesta, la dea della vita.

Queste avevano il compito di custodire il fuoco sacro che non doveva mai spegnersi.

Inizialmente erano quattro, divennero poi sei ed erano scelte dal Pontefice Massimo tra venti bambine dai sei ai dieci anni, di famiglia patrizia.

Queste sacerdotesse vestivano in modo austero e facevano voto di castità, ma dopo trent’anni avevano la possibilità di abbandonare il sacerdozio e sposarsi.

Conducevano una vita agiata ed erano onorate e rispettate dalla gente che vedeva in loro un simbolo della “ virtus” romana. In età imperiale, le donne romane, quindi, godettero di una conquistata dignità ed autonomia che fu difesa con fermezza anche da antichi femministi come Gaio Musonio Rufo nell'età dei Flavi. A conferma di ciò, si pensi alla grandezza della figura di Plotina, moglie di Traiano che aveva preso parte insieme al marito alla guerra contro i Parti e che, alla morte dell'imperatore, aveva così ben disposto le sue volontà testamentarie tanto da permettere ad Adriano di ottenere la successione senza resistenze.

Tornando al discorso sull’alterazione della realtà da parte di alcuni autori latini, è interessante citare il caso della moglie di Adriano, Sabina, che , nonostante le diffamazioni scritte sul suo conto nella Historia Augusta, si ritrova comunque celebrata in numerose iscrizioni da coloro che erano stati beneficiati da lei e da statue che l'avevano divinizzata ancora in vita. L’importanza politica di questa donna emerge anche dalla capacità di persuasione nei confronti del marito, che fu costretto dalla moglie a sollevare dall’incarico di segretario ab epistulis, Svetonio.

Inoltre, durante l’impero, le donne continuarono a seguire i mariti sia nella buona che nella cattiva sorte. Infatti, ci racconta Tacito che Sestia accompagnò nella morte il marito Emilio Scauro, stessa cosa fece Passea con il marito Mesia.

Ma si potrebbero citare altri casi di donne virtuose : Paolina, la giovane moglie di Seneca, che tentò invano di uccidersi insieme al marito, o Arria Maggiore, che si diede addirittura la morte prima del proprio consorte.

A riprova di ciò, si tenga presente che anche Marziale, acerrimo nemico delle donne, ci fornisce  nei suoi componimenti ritratti di donne virtuose, affermando comunque che si tratta di casi eccezionali.

 

 

femminismo

 

“ Figlia, moglie e madre ne ho le ovaie quadre!” .

Questo è un famoso slogan del femminismo degli anni 70 che palesa la volontà delle donne di uscire dagli schemi tradizionali e di accedere a ruoli e mestieri tipicamente maschili.

Un qualcosa di simile, anche se in forma attenuata, si manifestò nella Roma imperiale quando le donne iniziarono a prediligere occupazioni tradizionalmente maschili a scapito del loro ruolo materno.

Giovenale nella sua Satira sesta denigrava quelle donne che si davano alla professione forense o che si appassionavano di politica, osando dare consigli a generali e politici. Altre, invece, si appassionarono alla letteratura, elargendo giudizi di sorta anche a tavola e mettendo in imbarazzo grammatici e retori.

Plinio il Giovane, invece, sembra apprezzare la cultura di queste che definisce femmes savantes a tal punto da paragonare lo stile degli scritti della moglie di Pompeo Saturnino a Plauto e Terenzio.

Invettive vennero rivolte dal poeta satirico anche a quelle donne che si cimentavano in attività sportive, gareggiando contro uomini. Giovenale definisce queste donne come coloro che hanno rinnegato il loro sesso, trasformandosi da mogli in coinquiline dei mariti ( “ Vivit tamquam vicina mariti”).

Le donne iniziano in questo frangente a reclamare la parità dei diritti e a pretendere di vivere vitam, affermando che “Homo Sum” ( Sono un essere umano).

Le richieste “femministe” ebbero dei riscontri. La Lex Iulia de adulteriis coercendis stabilì che gli adulteri potessero essere condannati all'esilio e privati della metà dei loro beni e proibiva matrimoni futuri. Questa legge finalmente sottraeva la donna ad ogni crudele comportamento del marito, ma, soprattutto, riconosceva come reato d'adulterio anche quello commesso dal coniuge maschio.

 

 

 

 

 

letteratura

 

Soffermiamoci ora su ciò che la letteratura romana ci ha lasciato riguardo alle donne. Tra gli autori classici, possiamo individuare alcuni esempi calzanti di scrittori che descrissero una donna stereotipata, ingannatrice e di facili costumi, ma allo stesso tempo di altri che ci fornirono un’immagine virtuosa, amorevole e molto interessante del gentil sesso. Qui ne prenderemo in esame due: Petronio e Seneca.

Il primo è Caio Petronio, l’elegantiae arbiter della corte neroniana, di cui fa menzione Tacito nei suoi Annales, "trascorreva le giornate dormendo, le notti, invece le dedicava alle necessità ed ai piaceri della vita". La sua opera di maggior respiro fu senz’altro il Satirycon che può essere considerato a tutti gli effetti il primo romanzo nella storia della letteratura latina. Per quanto incompleta, l’opera presente uno stile aggressivo, riprendendo alcune caratteristiche della satira menippea, e tratta di argomenti molto umili e di tradizione popolare. La storia della Matrona di Efeso, quella in cui si evince l’opinione che l’autore ha delle donne, viene raccontata da Encolpio, uno dei protagonisti, ai suoi amici durante la loro prigionia sulla nave di Lica e narra di una donna famosa per la sua pudicizia "Matrona quaedam in Ephesi tam notae erat pudicitiae", che alla morte del marito impazzì dal dolore. Dopo essersi battuta il petto e strappata i capelli, decise di seguire il marito nella tomba, insieme con una fedelissima ancella, per lasciarsi morire di fame piangendo e vegliando la salma del consorte. Un soldato che si trovava nel cimitero per sorvegliare i corpi di due banditi, che erano stati fatti crocifiggere dal governatore, in modo da evitare che i parenti non portassero via i cadaveri per seppellirli, sentendo la matrona piangere e lamentarsi scese nella tomba per consolarla. La convinse facilmente a mangiare, ma non solo: " il soldato mosse pure all'assalto della pudicizia di lei " isdem etiam pudicitiam eius aggrassus est”. Così i due, diventati amanti, si rifugiavano ogni notte nella tomba del marito della matrona e quando un giorno i genitori di uno dei due crocifissi, accortisi che la vigilanza era stata allentata, portarono via il corpo del figlio per seppellirlo di nascosto, mentre il guardiano era con la matrona, la "casta donna" non “meno misericordiosa che pudica”, non si fece problemi a prendere il corpo del marito e a crocifiggerlo per non far passare dei guai al nuovo amante. Infatti ella sostenne: “Gli dei non permettano che io assista nello stesso tempo ai funerali dei due uomini a me più diletti. Preferisco appendere un morto che uccidere un vivo”. Questa storia ci delinea una immagine malefica della donna, disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

Il secondo è Seneca che, differenza del primo, ci ha lasciato una vasta produzione letteraria. Tra le sue opere vi sono due consolationes, la Consolatio ad Marciam e la Consolatio ad Helviam matrem, nelle quali Seneca ci fornisce due bellissime personalità femminili. Il modello cui sia Marcia che Helvia sono invitate a conformarsi è l’equivalente muliebre del sapiens stoico, che si accontenta dello stretto necessario e che anche nelle situazioni più dure sa trovare la felicità in sé stesso, utilizzando la propria virtus. La forza cui devono fare appello è una risorsa che nasce nel loro spirito, dentro di loro, che le aiuterà a combattere il dolore.

 Questo è quanto Seneca riferisce su Marcia:

 “ti sei tanto allontanata dalla debolezza dell’animo femminile quanto dagli altri difetti…ai tuoi costumi si guarda come ad un modello antico” (cap. 1,1).

 “fiducia me l’hanno data la forza già accertata dell’animo tuo e, già attestata per una grande prova, la tua virtù” (cap. 1,1).

 “questa grandezza dell’animo tuo…” (cap. 1,5).

 “quella rettitudine di costumi e quel sentimento di rispetto che conservasti per tutta la vita…” (cap. 3,4).

 “…correttezza del tuo carattere…” (cap. 8,3).

Ad una donna di questa statura Seneca chiede uno sforzo ulteriore per consolidare il proprio spirito: “fissa bene il piede e tutti i pesi che ti sono caduti addosso sostienili” (cap. 5,6).

Marcia, infatti, resta comunque una donna e Seneca sottolinea questo fatto, enfatizzando in tal modo l’incredibile forza della persona:

 “Dovete massimamente moderarvi voi donne, che i dolori li sopportate smodatamente…” (cap. 10,7).

 “mortale sei nata…” (cap. 11,1).

Una sezione della consolatio è dedicata all’esposizione di alcuni exempla, che in questo caso servono ad arricchire e a rafforzare l’ideale femminile che Seneca ha in mente: Lucrezia, Cornelia ( madre dei Gracchi), Cornelia (moglie di Livio Druso).

Analoghe considerazioni possono essere fatte per quanto riguarda la “Consolatio ad Helviam matrem”, in particolare nella prima sezione del testo, in cui Seneca, presentando la figura della madre, ricorda lei a se stessa, ne traccia un ritratto morale, esaltandone l’energia, racchiusa nel fatto stesso di esprimere il mos maiorum romano in un’epoca in cui esso era stato completamente dimenticato. Facendo leva su ciò che lei è, afferma che non deve lasciarsi dominare dalle sofferenze, ma restare concentrata sulla sua virtù.

La sua forza ha già avuto modo di manifestarsi, a causa delle tragiche esperienze vissute in prima persona da Helvia e affrontate con estrema dignità. Seneca la esorta a procedere su questo cammino:

 “Per quanto riguarda i lamenti…,le altre manifestazioni con cui il dolore femminile di solito fa fracasso, allontanali da te” (cap. 3,2).

 “Non servirti della giustificazione di essere donna…Non è possibile che la giustificazione di essere donna competa a colei da cui furono lontani tutti i difetti donneschi” (cap. 16,1-2).

 “Non ti è possibile mettere avanti l’essere donna, dato da cui ti hanno separato le tue qualità…” (cap. 16,5).

Da tali citazioni si comprende che un elemento rilevante della questione è l’enfasi posta sulla distanza che separa donne come Helvia dalle donne comuni, deboli e misere nel loro affannoso attaccamento agli eventi della vita quotidiana.

Anche in questa consolatio Seneca riporta alcuni exempla di “giganti” femminili del mondo latino: Cornelia, Rutilia, la sorella di Helvia.

 Da queste due consolationes possiamo dunque evincere che la donna per Seneca non riceveva danno dal suo sesso. Se il suo animo era grande, la grandezza le era riconosciuta e non vi era nessuna distinzione tra la grandezza di una donna e quella di un uomo. Entrambi erano in grado di accogliere il principale precetto senecano: la scelta di combattere il dolore.